Forse non è un caso se siete entrati in questo sito, il caso non esiste, esistono solo opportunità che possono cambiare il corso della vita.

Le risposte che troverete in queste pagine, vi apriranno nuovi spazi di riflessione. Per la prima volta potrete intraprendere un cammino verso una  fede  motivata e sentita. Non più imposta da rivelazioni dogmatiche ma legittimata  da un  progetto plausibile che giustifica la nostra esistenza.  

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ESISTE UNO SCOPO PER LA NOSTRA ESISTENZA, OPPURE SIAMO SOLO METEORE DESTINATE A SPEGNERSI DOPO UNA BREVE SCINTILLA DI VITA? 

Chi siamo noi in realtà? Esiste l'inferno? il paradiso? Che senso ha la creazione? Il pensiero è un processo cerebrale o espressione dello spirito? Esiste uno spirito che governa il mondo?   

Queste e altre duecento domande troveranno delle attendibili risposte che sveleranno il misterioso gioco di Dio. 

TUTTE LE DUECENTO RISPOSTE DATE DAL SIGNORE ATTRAVERSO LA SCRITTURA GUIDATA LE TROVERETE DETTAGLIATAMENTE  IN UN  SIGNIFICATIVO  LIBRO

" Così parlò Gesù Cristo "

Prefazione del libro 

Forse non riuscirò in tutto, ma vorrei che questo libro fosse come un germoglio interiore, una confidenza autentica di un uomo che non vuole più nascondere nulla. 

così tanto ho vissuto che molto mi appare scontato. Guardo le cose in silenzio e mentre ancora la gente corre ho solo voglia di osservare, meditare o scrivere, ma solo cose vere, senza ipocrisie o nascondimenti. In questo ultimo tratto ancora mi sento addosso alcune piccole arroganze della vita, ma so d’aver capito e attendo che il vento tiepido che mi sfiora la pelle penetri fino in fondo e mi pulisca l’anima.

A volte mi chiedo se la mia esistenza sia servita a qualcosa o a qualcuno e in certe giornate lo sconforto ha il sopravvento e mi sento solo.

Una delle poche cose da cui riesco a trarre conforto è di essere forse riuscito a comunicare ai miei figli una certa padronanza della realtà, che non è solo quella che viene trasmessa con lo spettacolino dei media, ma è anche quell’altra che esiste dentro di noi e che ci fa ricordare in ogni istante il fine che dobbiamo raggiungere.

Credo sia anche per questo che decisi di scrivere i miei pensieri, per lasciare una sorta di testamento ai miei figli, ai miei nipoti e forse, chissà, anche a una generazione che vedo sempre meno preparata ad affrontare una realtà così diversa, così complessa.

Parte prima

L’attendibilità dell’esistenza di Dio

In questa fase della vita per quanto grande sia il nostro impegno non potremo mai avere la certezza di nulla. Anche ciò che ci appare più evidente può essere un’illusione della nostra mente. Tuttavia, noi ci troviamo in un contesto comune dove ciò che vediamo lo possono vedere tutti, le leggi fisiche a cui siamo sottoposti sono comuni ad ognuno. Ebbene, questa noi la chiamiamo « la nostra realtà ».

Per analizzare i grandi temi dell’esistenza possiamo solo utilizzare dei riferimenti di questa realtà, quelli che ci appaiono certi, e ipotizzare un quadro plausibile che si sviluppi in maniera logica e accettabile.

Il più grande tema esistenziale da sempre dibattuto riguarda l’esistenza di Dio. Nell’analisi di questo impegnativo dibattito, emergono due chiare tendenze di pensiero.

La prima non prevede nessun Dio creatore, ovvero, identifica la natura stessa come soggetto che si autogenera spontaneamente dall’inizio dei tempi di cui noi stessi siamo un prodotto di questa inarrestabile  evoluzione.

In sintesi non esiste nessun Dio da pregare o ringraziare, si deve solo prendere atto di un’esistenza evolutiva che fa il suo corso. Questa posizione evidenzia un ateismo di sostanza, ovvero, nega un Dio intelligente che ha ideato e creato l’universo.

La seconda tendenza è praticamente in antitesi con la prima. Poiché afferma che la creazione non è un processo naturale, spontaneo, ma il prodotto di una volontà cosciente. Ovvero, l’intero creato e noi stessi siamo parte di un disegno programmato e voluto da uno spirito che in una dimensione senza tempo, dispone già di una scienza a divenire.

Di fatto, Einstein, dimostrò che col crescere della velocità, il tempo rallenta e lo spazio si contrae nella direzione del moto. Questa teoria, rivoluzionò completamente i principi della fisica classica, enunciando che anche il tempo e lo spazio non sono concetti assoluti ma relativi. Come dire, il tempo è solo una convenzione umana, necessaria per scandire ciò che avviene prima e ciò che avviene dopo. Ma in una dimensione primordiale in cui ancora non esiste la dinamica dell’universo, il tempo non esiste per cui si giustifica la visione e l’utilizzo di una sapienza assoluta ancora da divenire.

Questo preambolo non è naturalmente funzionale ad accertare l’esistenza di Dio, che rimane un’esclusiva opzione di fede. Di fatto il credente, non si pone l’attendibilità scientifica dell’esistenza di Dio, ma fa proprie le sue convinzioni suffragate da due essenziali valutazioni.

Nella prima ritiene impossibile che la perfezione del creato sia dovuta all’evoluzione spontanea di una trascendente natura, crede invece, che tale perfezione possa essere raggiunta solo da una spiritualità cosciente e intelligente.

La seconda valutazione è relativa alla provenienza del pensiero. Egli, ritiene che il pensiero non sia il semplice risultato di una elaborazione cerebrale, ma sia l’emanazione della spiritualità che Dio concede ad ognuno all’inizio della propria esistenza, e che viene poi rimodellata dalla persona che l’ha ricevuta.

La motivazione della nostra esistenza.

Dal nulla non può nascere nulla. Per cui, ci deve pur essere stata una prima realtà che ha dato origine al tutto!

Per cui potremmo porci la legittima domanda:  

Supposto che questa primordiale essenza - esistendo in una particolare dimensione senza tempo - disponga in sé di un’assoluta intelligenza. Come potrebbe godere in solitudine  della sua onnipotenza senza considerare l’utilizzo delle proprie potenzialità?

La deduzione sarebbe ovvia, poiché la naturale ambizione di qualsiasi forma intelligente non potrebbe che essere la ricerca della propria felicità.

Sappiamo bene che la felicità è uno stato di benessere che si realizza nell’aspettativa e nel godimento di ciò che si desidera. Se approfondissimo nel dettaglio questo fondamentale concetto, scopriremmo che non esistono altre forme di felicità se non appunto l’appagamento dei nostri desideri. Così, siamo felici quando corrispondiamo sentimenti altruistici, quando riusciamo a rendere felici le persone che amiamo, ovvero ogni volta che diamo o riceviamo amore.

È pur vero che a livello umano molti desideri sono relativi al benessere, al piacere fisico, all’ambizione, al possesso, alla notorietà, al potere. Tuttavia, questi desideri pur essendo in certa misura legittimi, possono anche produrre felicità controverse, perché effimere, transitorie, e molte volte causa di irrimediabili delusioni e amarezze.

La scelta, quindi, di uno spirito evoluto sarà solo rivolta verso felicità autentiche e durature che solo l’amore condiviso può procurare.

Per questo stato di cose sarà tuttavia necessario superare la propria unicità, poiché un sentimento d’amore può solo realizzarsi nella condivisione, non è possibile esprimerlo nella solitudine. Quindi questo spirito universale che per convenzione possiamo chiamarlo Dio, dovrà organizzare un progetto che preveda una pluralità di soggetti spirituali.

Naturalmente, Dio non poteva duplicare sé stesso; la massima consapevolezza rende tutti uguali e non avrebbe senso.

La diversità si ottiene solo assegnando ad ogni soggetto un diverso e diminuito utilizzo dello spirito universale. Per cui, ogni anima, seppure con ridotta sapienza e diminuita consapevolezza, potrà comunque disporre di un proprio libero arbitrio e di un proprio pensiero.

La diminuita spiritualità renderà l’anima inconsapevole della propria essenza e immedesimandosi con l’involucro umano che gli corrisponde, dedicherà ad esso ogni attenzione.

In questo nuovo immenso scenario di vita, l’uomo assisterà ad ogni sorta di rappresentazione, conoscerà gioie e amarezze, conoscerà momenti felici e grandi sofferenze. Ma proprio su questi contrasti è impostato il giuoco, nessuna percezione è valutabile se non raffrontata col suo opposto.

In questo percorso, Dio, partecipa e opera costantemente con noi, ed è proprio per la piena consapevolezza delle nostre difficoltà, delle nostre pene e sofferenze è per il grande desiderio che queste siano limitate nel tempo che nasce un grande rapporto d’amore. Lo spirito universale comunica costantemente con lo spirito individuale, ne condivide gli umori, le sensazioni, i pensieri. Questo può avvenire perché nella realtà lo spirito è e rimane unico è diffuso nel tutto e costituisce l’essenza di ogni cosa. Solo il nostro utilizzo è parziale. Come avere a disposizione l’immensa memoria di un computer e poterne usare solo una piccola parte. 

Credo abbiate capito l’importanza del nostro ruolo. Senza questo necessario passaggio attraverso l’umanità, lo spirito rimarrebbe passivo, non conoscerebbe la felicità, perché non avrebbe mai conosciuto la sofferenza.

Allo stesso modo anche noi anime individuali, riunite in Dio, parteciperemo alla stessa felicità, consapevoli di aver compiuto e superato la necessaria prova.

La Creazione

Lo spirito, unica realtà esistente, da subito comprende che la propria esistenza non avrebbe alcun senso se non vi fosse un dinamismo al suo interno che lo gratificasse per cui essere felice.

Riconosce tuttavia, che la felicità è un sentimento che sottende la realizzazione di ciò che si desidera e che per avere desideri avrebbe dovuto privarsi di qualcosa, ovvero porsi in uno stato di bisogno.

Organizza quindi un gioco, un meraviglioso e continuo gioco per cui possa essere costantemente operante e attivo e al fine gratificato.

È proprio così. La creazione è il compimento di quel gioco che Dio ha organizzato per rendere possibile il pluralismo, ovvero, dar vita all’umanità.

La solitudine avrebbe reso vana la presenza dello spirito e inutile la sua potenza.

La creazione, invece, genera un dinamismo spirituale perfetto, nello svolgimento del quale il ciclo formativo della materia dispone l’habitat ideale per accogliere l’umanità.

In questo nuovo stato esistenziale, Dio limita la propria consapevolezza dando luogo ad una esistenza parallela, la cui precarietà crea bisogni e incertezze.

In questo ambito l’anima individuale cerca di sopperire ai propri bisogni predisponendosi ai desideri, la soddisfazione o l’insoddisfazione dei quali produce gioie e amarezze innescando il processo sentimentale.

La condivisione dei sentimenti coinvolge l’intera spiritualità: quella individuale ma anche quella universale, rendendo funzionale quell’intimo scambio che genera il completo godimento dell’essere.

Le perplessità nel credere in Dio

Credo che uno dei più grandi dubbi che limita l’uomo nell’accettare Dio, sia la difficile comprensione della sofferenza. Non è semplice concepire un Dio buono e giusto che rimanga indifferente alle palesi ingiustizie del mondo.

< Se Dio esiste, come può accettare le grandi sofferenze dell’umanità? Guerre, pestilenze, malattie.

E semmai ogni male derivasse dell’insensata condotta degli uomini, quali colpe potrebbero avere dei bimbi innocenti che soffrono per fame, per indigenza, per subiti abusi? >.

Generalmente per risolvere grandi quesiti non bastano piccole spiegazioni. Per comprenderli occorrono riflessioni profonde. È pensiero comune che la felicità e la sofferenza siano stati d’animo indipendenti uno dall’altro. Ovvero, basterebbe porre le condizioni per vivere sereni e in armonia e la felicità sarebbe assicurata e la sofferenza esclusa. Ragione per cui, un Dio buono, avrebbe dovuto organizzare la vita in una sorta di paradiso terrestre come quello concepito dai Testimoni di Geova, in cui, il lupo va d’accordo con l’agnello e le persone sono dedite a raccogliere serenamente i frutti della terra. Ma siamo veramente sicuri che una vita eternamente svolta senza contrasti, senza incertezze, senza prospettive da raggiungere, garantisca l’assoluta felicità?

Un’esistenza priva di legittime ambizioni non sarebbe estremamente monotona e ripetitiva? In un mondo senza privazioni, come potremmo avere desideri e quindi gioire per la realizzazione degli stessi?

In verità, ogni sentimento deve necessariamente essere giustificato dal suo contrario. La stessa vita spirituale a cui il credente aspira, diventa fonte di gioia in funzione di quella tribolata che stiamo vivendo. Di fatto la felicità futura si realizza proprio per la presenza di queste due vite parallele, per cui nella prima le anime soffrono per un costante bisogno d’aiuto e nella seconda gioiscono per il piacere di averlo superato. Ma soprattutto, gioiscono per la privilegiata posizione spirituale che gli consente di interagire nel pensiero e nell’evoluzione delle persone che chiedono aiuto per superare la loro provvisoria vita di sofferenza, ovvero per l’amore che sempre si realizza con uno scambio altruistico.

È il necessario dualismo, per cui il primo giustifica il secondo. La vita è di perse un ossimoro: “La sua imperfezione la rende perfetta”. 

La reincarnazione

Quante volte abbiamo sentito, letto o parlato della reincarnazione. Questo concetto, oggi molto discusso, alcuni anni fa se ne conosceva solo la versione letterale:

< rinascita dell’anima o dello spirito in un nuovo corpo dopo la morte del precedente >.

Questa credenza molto diffusa nelle religioni orientali è stata quasi totalmente esclusa nelle religioni monoteistiche occidentali, ma non è sempre stato così.

Origene ( 185 - 254 ) uno degli acclamati padri della chiesa e descritto da San Gregorio come “Il Principe dell’insegnamento cristiano nel terzo secolo” sosteneva:

“L’anima frequentemente s’incarna e esperimenta la morte. I corpi sono come bicchieri per l’anima, la quale gradualmente, vita dopo vita deve a mano a mano riempirli”.

Di fatto, la reincarnazione dell’anima non fu mai esclusa dai primi cristiani, fino al sesto secolo, quando col secondo concilio di Costantinopoli la preesistenza dell’anima fu decretata crimine meritevole di scomunica e dannazione eterna.

I motivi fondamentali per cui si volle togliere questa credenza dai precetti cristiani, va ricercata nell’avvenuta e ormai consolidata autonomia della chiesa assunta dopo l’editto di Costantino del 313.

La chiesa, cessate le costrizioni imposte dall’impero, si apprestava a sostituirlo a pieno titolo, diventando di fatto dopo la sua caduta, il massimo referente dell’occidente.

Il potere, si sa, è una brutta bestia, una volta conquistato lo si vuole mantenere per sempre.

La chiesa capì subito che, se fosse passato il principio per cui la salvezza dell’anima fosse dovuta all’autonoma maturazione spirituale attraverso le rinascite. Sarebbe venuta meno la paura dell’inferno e conseguentemente il maggior deterrente cui la chiesa si sentiva mandataria.

Fu per questo che la gerarchia ecclesiastica che avrebbe dovuto prioritariamente divulgare il sentimento di amore e carità espresso nei vangeli, privilegiò arbitrariamente il mantenimento del potere

Questo indirizzò i gestori del tempo a non approfondire i passaggi evangelici che evidenziavano la reincarnazione, Per esempio: Quando Gesù chiese ai discepoli:

< La folla, chi crede che io sia? >, essi risposero:< Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia ed altri Geremia o uno dei profeti>.

Tale credenza viene evidenziata anche nell’episodio della trasfigurazione sul monte Tabor, quando Gesù disse:

< “Ma io vi dico che Elia è già venuto e non lo hanno riconosciuto”. Ed ancora: <Tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni e, se volete accettarlo, egli è quell’Elia che doveva venire >.

Anche il dialogo con Nicodemo rivela la possibilità della rinascita, quando in seguito ad una esplicita domanda Gesù rispose:

< In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio >.

Ma più di ogni altra, c’è una frase che indica l’accettazione da parte di Gesù della reincarnazione.

< Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno >.

Badate: non disse solo “chi crede in me vivrà in eterno” ma aggiunge: “chi crede in me non morirà in eterno” Affermando implicitamente che chi crede in Lui dopo la morte conoscerà la vera vita e non morirà più.

Naturalmente lo scopo di questo preambolo, non è di evidenziare le negatività della chiesa cui dedicherò un capitolo a parte indicandone anche la grande utilità che nella storia ha assunto, ma quello di riportare la reincarnazione nella giusta considerazione poiché come vedremo risulterà un elemento fondamentale dell’intero progetto creativo.

Abbiamo già osservato come l’umanità rappresenti la parte più importante di un sistema per poter poi godere della massima felicità. Di fatto l’anima umana non è che una parte dello spirito universale, quella che Dio ha limitato per poter conoscere anche la sofferenza.

La sofferenza quindi è dovuta, ma non voluta. È necessario che si capisca questo passaggio. Noi siamo felici quando amiamo e siamo amati, lo siamo quando vediamo gioire i nostri figli, i nostri cari, lo siamo quando superiamo avversità, malattie, quando si realizzano i nostri desideri, ma questa gratificazione è possibile se è possibile anche il contrario. Per questo viviamo in una condizione di bisogno, il cui benessere non è scontato, ma subordinato, incerto, quindi ambito e desiderato.

In questo gioco, anche Dio soffre e gioisce. Perché il nostro spirito è lo stesso suo spirito. Soffre quando ci stiamo allontanando da lui, mentre gioisce quando gli chiediamo aiuto e può guidarci ed alleviare in parte le nostre sofferenze.

Ma la felicità più intensa e più grande la condivide con noi, quando coscienti di aver superato la grande prova della vita, assumiamo la totale consapevolezza del nostro essere e godiamo della sapienza e dell’onnipotenza dell’unico spirito.

Nell’ambito di questo progetto si può comprendere come la reincarnazione trovi la sua logica funzionalità. È vero, questo passaggio attraverso una relativa sofferenza è necessario, però possiamo superarlo e per farlo dobbiamo acquistare la consapevolezza che ci manca, ovvero, riconoscere ciò che veramente siamo.

La maturità del nostro spirito si rafforza esclusivamente in funzione di quanto siamo coscienti di essere una parte dello spirito universale. Assunta questa consapevolezza, il nostro comportamento, il nostro pensiero, ma soprattutto i nostri sentimenti saranno orientati verso l’unica meta: condividere l’amore con Dio.

Questo traguardo, è ormai evidente, non si può raggiungerlo con le esperienze di una sola vita. Sappiamo bene come gli eventi si diversificano in funzione delle nostre scelte, purtroppo, quando le scelte sono sbagliate entriamo in un vortice da cui è difficile uscirne, e una vita è troppo breve per capire dove abbiamo sbagliato, ben altre esperienze occorrono.

Il Signore, offrendoci una nuova vita, ci mette di fronte ad esperienze diverse che magari ci portano a provare gli stessi disagi che nella precedente vita abbiamo causato ad altri. Naturalmente questo non è un castigo, Dio non castiga sé stesso, il suo unico scopo è proporre nuove condizioni affinché le anime che nella precedente vita non hanno trovato gli stimoli per ricercare la verità ma hanno rincorso solo il benessere e il successo, conoscendo da vicino il pungente disagio della sofferenza ricerchino finalmente la spiritualità che li renderà liberi.

Fede e religione

È molto comune che nell’enfasi dell’ortodossia, si corrisponda pienamente alle regole prescritte da una religione, pensando per questo di meritarsi il paradiso. Sappiamo bene che un comportamento è genuino solo se accompagnato da un sentimento adeguato, diversamente si rischia di cadere nel conformismo, nel plagio, nell’ipocrisia, atteggiamenti questi esattamente contrari alla fede.

La fede non è una scelta né una scommessa, ma è un   sentimento dell’anima.

L’osservanza dei precetti religiosi, non sempre legittima la fede. Questo sentimento è talmente profondo che supera le pratiche di facciata. L’anima che lo assume è protesa principalmente verso l’umiltà e l’amore.

La fede è un dono che Dio offre a coloro che la desiderano, in misura dello spazio che hanno saputo guadagnare nella propria anima.

Il cammino per giungere alla fede, non è facile. Non lo era ieri, ancor di più non lo è oggi. Per certi aspetti, le religioni, appaiono oggi anacronistiche e obsolete.

In questo mondo mediatico, non basta più paventare il castigo dell’inferno o promettere il paradiso.

L’odierna società è sempre più refrattaria all’imposizione di principi e di regole per il solo fatto che appaiono scritte in testi sacri.

L’etica di comportamento non può essere imposta, ma solo proposta in funzione di un fine plausibile, che tuttavia deve essere spiegato e accettato.

Anche in un romanzo come “I Promessi Sposi” si possono apprezzare brani in cui si evidenziano valori come la carità, la compassione, la provvidenza, e trovare esempi di grandiosa umiltà e di perdono, senza per questo gli si debba attribuire quella sacralità dogmatica che invece viene imposta per certi brani biblici.

Gesù stesso, non impose la sacralità del suo messaggio ma lo propose come riferimento per una condotta esemplare.

Il fine dell’uomo, disse, non è il raggiungimento di una vita agiata in questo mondo, ma è la conquista dell’amore. L’amore va ricercato e offerto, poiché è attraverso questo sentimento che si realizza la perfetta gioia dello spirito.

Il suo messaggio non fu solo espresso a parole ma venne convalidato con l’esempio della propria vita. L’esempio di un uomo che superato i dubbi iniziali, comprende che l’indigenza, il bisogno e la sofferenza di questa vita terrena legittimano la gioia corrisposta dalla vita spirituale in Dio. Questo dualismo va compreso.

La gioia è all’apice di una ripida scala, per raggiungerla e tuttavia necessario salire tutti i gradini inferiori in cui esiste anche la sofferenza.

Gesù, questa scala la salita tutta, indicando che la morte è solo il passaggio dall’incoscienza in una vita materiale alla coscienza  in una vita spirituale.

All’inizio di questo nostro percorso terreno, difficilmente siamo già pronti per comprendere chi siamo, ci guardiamo attorno, vediamo tanta gente che ci accompagna, ma ancora ci sentiamo incerti e timorosi nei confronti di una società che non conosciamo. Oscuri della nostra essenza spirituale, interpretiamo la figura che ci rappresenta come la sola espressione di noi stessi. In realtà il nostro corpo è solo l’involucro di una parte dello spirito di Dio. Una scintilla del tutto che ci dona la vita, che ci dona l’intelligenza, che ci dona il pensiero. Comprendere questo, significherebbe penetrare il segreto dell’esistenza e imboccare finalmente la via della fede e dell’amore.

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